L’Italia è al 77° posto nella classifica sulla libertà di stampa.

Quante volte lo abbiamo letto o sentito dire? Sono sicuro che sappiate tutti ormai di cosa si tratti, ma per ricordarlo a me stesso provo a riassumere in poche righe il significato.

Ogni anno l’ONG RSF (Reporters sans frontières) pubblica il “World Press Freedom Index“, ovvero una classifica dei paesi mondiali ordinati per “libertà di stampa” decrescente.

Da sempre l’Italia non riesce mai a conquistare una posizione decente e nel 2016 siamo stati posizionati al 77° posto su 180 paesi in totale.

Questo numero, di fatto, non ci dice nulla se non analizziamo contestualmente i criteri utilizzati da RSF per redigere questa classifica: non possiamo fare a meno di notare, infatti, che risultino migliori di noi paesi con problematiche interne decisamente più evidenti dell’Italia.

RSF basa una parte della valutazione sui risultati di un questionario distribuito ai partner (ONG, giornalisti, e associazioni) i cui nomi rimangono segreti per motivi di sicurezza.

La seconda parte della valutazione si basa sul numero di giornalisti minacciati, arrestati, uccisi o semplicemente cacciati dalle redazioni per motivi ideologici.

I punteggi ottenuti durante le valutazioni vengono inseriti in complesse formule matematiche che restituiscono, alla fine del processo, un punteggio totale mediante il quale si calcola la classifica.

Questo 77° posto nella classifica sulla libertà di stampa, dunque, è il risultato di dati oggettivi e di valutazioni personali, ovvero dei criteri e della metodologia scelti.

Ecco perché poi si creano dei cortocircuiti singolari che portano paesi in cui decine di giornalisti all’anno vengono uccisi a classificarsi meglio dell’Italia. Evidentemente le considerazioni personali pesano molto.

Fake news e “giornalisti prezzolati” non c’entrano nulla.

Tanto per intenderci, ciò che ci fa precipitare in basso sono anche fatti come quelli accaduti oggi, ovvero quella sorta di tampinamento che Orfeo ha subito dai due collaboratori del M5S, come anche la lista di proscrizione – con relativa fatwa – di giornalisti pubblicata dal vice presidente Di Maio.

 

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